ConViVi Bersagliereschi.
ConViVi Bersagliereschi
Un grande esempio di interazione e collaborazione tra gli stessi Bersaglieri in congedo e quelli in armi: le Sezioni di Napoli e di Caserta dell’Associazione Nazionale Bersaglier i con la Brigata Bersaglieri Garibaldi il giorno 17 dicembre 2010 hanno organizzato il “Convivio Cremisi”che ha avuto luogo, nella mattinata, a Napoli presso il Tunnel Borbonico e il pomeriggio a Caserta presso il Circolo Unificato di Presidio.
Ritengo che sia importante e strategico, per poter fare “massa critica” e far si che le Sezioni, della nostra Associazione, possano avere un ruolo da protagoniste nella loro ragione di essere e di esistere, che le stesse abbiano un atteggiamento più innovativo e quindi più aperto e collaborativo. Infatti, se da un lato è importante, per cercare di avere una presenza capillare territoriale, avere delle Sezioni distribuite su tutto il territorio, dall’altro lato, è pur vero che, alcune sedi hanno solo qualche decina di soci, non hanno una propria sede operativa e la loro operatività è ridotta al minimo se non azzerata, proprio per la scarsezza di mezzi, soci e attività. Molte attività promosse dalla maggior parte delle Sezioni hanno poca incisività e quindi poca visibilità, proprio perché sono organizzate in solitaria, organizzate anche con uno spirito di chiusura verso le altre, quasi con un atteggiamento di concorrenza.
Proprio per cercare una strada più innovativa , anche sul tipo di attività proposta,sull’idea e sotto la guida del Presidente Interregionale Sud Gen. br. (a.r.) Angelo Agata, le Sezioni di Napoli e di Caserta e con la grande e preziosa collaborazione del Comando della Brigata Bersaglieri Garibaldi , hanno organizzato insieme, collaborando e unendo i propri punti di forza, le proprie esperienze e competenze e non ultimo le proprie risorse la giornata del “Convivio Cremisi” per il 17 dicembre 2010.
Questa iniziativa ha visto la partecipazione come coordinatore il Presidente Regionale Campania Gen. br. (a.r.) Nicola Palma, come operativi i Presidenti Provinciali di Napoli Bers. Ciro Lubrano e di Caserta Bers. Cap. Vincenzo Sanguine e i Presidenti di Sezione di Napoli Bers. Vincenzo Iavarone e di Caserta Bers. Luigi Abbro. La giornata è stata sviluppata ed organizzata su due eventi, uno al mattino a Napoli e l’altro nel pomeriggio a Caserta.
Al mattino alle ore 10.00 presso il Tunnel Borbonico, alla presenza del Gen. Zambuco, in rappresentanza del Gen. c.a. Lops, e del Col. Comandante dell’8° Rgt. Bers. Claudio Minghetti, la Sezione di Napoli dell’Associazione Nazionale Bersaglieri ha commemorato il Bers. Cap. Aurelio Padovani (1889 – 1926) decorato con 4 Medaglie d’Argento al Valor Militare, 2 Promozioni al Grado Superiore per Meriti di Guerra, 4 ferite di Guerra, al quale nel 1929 fu intitolata la Sezione di Napoli, una delle prime Sezioni italiane che si costituirono dell’Associazione Nazionale Bersaglieri ad opera dei Reduci delle Campagne d’Africa del 1911 e della 1^ Guerra Mondiale 1915/1918. Nel corso della Commemorazione è avvenuta la consegna del Labaro storico intitolato ad Aurelio Padovani. Labaro originario (1928) della Prima Sezione Bersaglieri di Napoli intitolato ad Aurelio Padovani, primo presidente della stessa Sezione, sottratto durante l’occupazione delle truppe anglo-americane nell’ultimo conflitto ed è stata scoperta una targa commemorativa al busto del Bers. Cap. Aurelio Padovani. e recuperato grazie all’opera del già Presidente Regionale della Campania dell’A.N.B. Bers. Adolfo Della Monica
Adolfo Della Monica chiamato, qualche anno fa, dall’ allora Presidenza Nazionale dell’Associazione Bersaglieri in quanto Presidente Regionale della stessa, ha avuto l’onore di concordare il ritorno in Patria, con l’allora Addetto Militare all’Ambasciata Italiana a Londra, Generale Adriano Santini, attuale Consigliere Militare della Presidenza del Consiglio e quindi ottenere la restituzione del Labaro originale del 1929 della Sezione di Napoli intestato ad Aurelio Padovani.
Tale Labaro era in possesso della signora Caroline Hyde che lo aveva ereditato da un suo parente che era Cappellano Militare in Italia, nel corso della II^ Guerra Mondiale e che era stato sottratto alla Sezione Bersaglieri “Aurelio Padovani” di Napoli, allora ubicata al Vico dei Bianchi allo Spirito Santo.
La motivazione di tale sottrazione deve essere addebitata al fatto che è come se si volle sottrarre una bandiera di Guerra (infatti in Italia fino al 1938/1939 tutti i Reparti Militari avevano come bandiera i Labari che poi furono sostituiti per i Bersaglieri e la Cavalleria con la Bandiera di Modello Ridotto e per gli altri Reparti con il modello attuale).
Va ricordato, che a seguito di questo grave episodio , l’allora Segretario Antonio Barile, Capitano pluridecorato e mutilato di Guerra, nel corso di quegli anni difficili dell’occupazione delle Truppe Anglo-Americane, si prodigò, anche dormendo nella Sezione, al fine di evitare ulteriori saccheggi e la requisizione dei locali per scopi bellici.
Il 17 dicembre 2010 il Labaro è stato consegnato agli attuali Rappresentanti dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, Gen. Agata, Gen. Palma, Presidenti Lubrano e Iavarone in questa cornice molto suggestiva, che ha visto presenti e testimoni gli intervenuti.
Il Labaro storico intestato ad Aurelio Padovani, verrà custodito gelosamente dalla Sezione di Napoli, naturale custode, in quanto Sezione Madre di tutta la Regione Campania, essendo tra le prime Sezioni fondate in Italia.
Sarà data comunicazione al Museo Nazionale del Bersaglieri in Porta Pia a Roma dell’avvenuta consegna.
Bers. Cap. Aurelio Padovani. L’occasione della Commemorazione ci è stata offerta dal ritrovamento e il recupero dei resti e i reperti di quello che fu il monumento a lui eretto nel 1934, ritrovamento, che è stato fatto nel corso degli scavi e il recupero del Tunnel Borbonico ad opera e grazie all’Associazione Borbonica Sotterranea che con la sua attività meritoria lo ha restituito alla città di Napoli e che invece l’incuria e lo scarso orgoglio di un passato operoso, prospero e glorioso e la poco lungimiranza, lo aveva annullato destinandolo a discarica sotterranea. Grazie dott. G. Minin e grazie dott. E. De Luzio.
E l’altra occasione ci è stata offerta dalla consegna e dal ritorno in sede del Labaro Storico della Sezione del 1929, grazie all’azione del già Presidente Regionale Adolfo della Monica, al quale vanno i nostri ringraziamenti e la nostra riconoscenza.
Aurelio Padovani pur essendo stato a Napoli un personaggio mitico e una figura chiave, spesso non è neanche citato nei dizionari di storia. Vogliamo ricordarlo soprattutto come bersagliere.
Già nel 1911 allo scopo di rafforzare i vincoli di amicizia, di cameratismo fra ex commilitoni, di preservare e diffondere l’Amor di Patria, nonché per assicurare aiuto e assistenza in caso di bisogno, nascevano gruppi associativi in tutta Italia, tra cui quelli dei bersaglieri, e Napoli fu una tra le prime sedi in cui essi si costituirono.
Al termine della Grande Guerra questi gruppi , voluti e gestiti dalle Fiamme Cremisi assunsero la denominazione di “Società di Mutuo Soccorso tra i Bersaglieri”.
Nel 1921 il Gruppo di Napoli, comprendenti bersaglieri in congedo locali, in occasione della tumulazione della salma del Milite Ignoto (4 novembre 1921) aderì alla “Federazione Nazionale Bersaglieri” e, successivamente nel 1924, in occasione del Grande Raduno di Bologna, aderì alla neonata Associazione Nazionale Bersaglieri.
Il Gruppo di Napoli costituitosi in Sezione, nel 1929 si denominò “Padovani” in onore del Capitano Aurelio Padovani.
Aurelio Padovani, aveva appena terminato le elementari. C’è persino da meravigliarsi che sia riuscito a diventare Ufficiale. Figlio di Vincenzo e Braccioli Annunziata nacque a Portici (Villa Quaranta) il 28 febbraio 1889. Non abbiamo traccia della giovinezza di Padovani. Sappiamo, tuttavia che a diciotto anni, nel 1907 si arruola come “allievo sergente” nell’11° rgt. Bersaglieri, accasermato sulla collina di Pizzofalcone, dove oggi è ubicata la Caserma Nino Bixio. Nel 1910 sposa Ida Archinard, una maestra e l’anno successivo parte per la Libia con il Corpo di Spedizione Italiano.
I reparti bersaglieri sbarcati in Libia erano la somma di tante Compagnie e battaglioni provenienti da rgt. diversi (l’8°, 11° e 4°).Gli Italiani sbarcarono in Libia, allora sotto il dominio Turco, pensando ad una facile conquista. Non fu così, dopo una serie di iniziali successi, le nostre truppe furono spesso battute dai libici e turchi che combattevano uniti.
Padovani, il 23 ottobre si trova a combattere nell’Oasi di Sciara Sciat, che era tenuto dall’11° Bersaglieri e dall’84° fanteria. Il 24 ottobre alle 13,30 un ufficiale turco si presenta alle linee italiane per intimare la resa. Viene bendato, perché non veda gli apprestamenti difensivi e poi condotto dal Colonnello Gustavo Fava che comanda l’11° reggimento bersaglieri. Gli Italiani non accettarono di arrendersi. L’attacco portato avanti con cavalieri beduini e fanteria turca scatenò l’inferno. Per due giorni fu lotta “corpo a corpo” e l’11° reggimento bersaglieri, quasi al completo fu sterminato perché non accettò di arrendersi. Un bersagliere della 4^ Compagnia del Capitano Bruchi, rimasta solo con 25 uomini e senza munizioni, così si rivolse al suo comandante:” Siamo tutti feriti …. arrendiamoci”, la risposta non si fece attendere:”La 4^ non si arrende, inastate le baionette, moriremo tutti qui”. Quelli che non morirono furono assassinati.
Morirono 370 bersaglieri e 8 ufficiali. Quelli che non morirono in battaglia e fatti prigionieri, furono seviziati e trucidati, furono tagliati piedi, strappati mani, crocifissi, strappati gli occhi e squartati. I bersaglieri già morti furono evirati, cucite le bocche e gli occhi. Padovani risultò uno degli undici superstiti.
Ai caduti dell’11° bersaglieri fu concessa la Medaglia d’Oro (R.D. 12 Novembre 1911) “per essersi particolarmente distinto per prove di mirabile valore e di esemplare fermezza nel fatto d’arme del 23 ottobre davanti a Tripoli”. Un mese dopo, a ranghi ricostituiti, le truppe italiane attaccarono gli arabi nell’oasi di Ain Zora e Henny e vendicarono i compagni caduti. Quattro battaglioni bersaglieri tratti dal 11°, 4° e 9° rgt. Divisi su due colonne mossero con successo all’attacco di una postazione che limitava le nostre operazioni sulla costa. I bersaglieri dell’8° vennero impegnati ad Homs mentre quelli del 4° a Bengasi.
Padovani lo ritroviamo che combatte ad Homs (Tripoli) con l’8° bersaglieri. Trecento turchi il 28 ottobre attaccarono le trincee intorno ad Homs con circa 2000 irregolari che furono respinti dai bersaglieri rinforzati da 2 plotoni di marinai.
Negli anni seguenti si parlerà ancora di Aurelio Padovani durante “la settimana rossa” del 1914 allorché spalleggia, con un plotone dell’11° bersaglieri, il corteo degli “Uomini d’ordine” promosso dal quotidiano Il Mattino di Napoli.
Aurelio Padovani, tra il 1915 e il 1917 fu protagonista con l’11° reggimento bersaglieri nella Grande Guerra sul Monte San Michele sul Carso, dove si distinse per meriti. Il 20 luglio del 1915 viene ferito gravemente sul San Michele, ricevendo la sua prima Medaglia d’Argento al V.M. e la promozione a Sottotenente per meriti di guerra. Mutilato ad un piede sul monte Hermada che rappresentava un potente baluardo contro l’avanzata delle truppe italiane, nel 1916 viene decorato con una seconda Medaglia d’Argento al V.M. e promosso capitano per meriti di guerra. Infine, il 6 agosto del 1916, a motivo dell’eroico comportamento tenuto a “quota 86” viene decorato con 2 Medaglie d’Argento al V.M.
Il Capitano Aurelio Padovani, nel 1920, reduce di due guerre, pluridecorato al valore militare, mutilato, con sei figli a carico, di professione operaio, con un attestato di nullatenente, in attesa di ottenere delle rappresentanze, si iscrisse ai Fasci il 4 aprile 1920.
Padovani, che abitava in Via Egiziaca a Pizzofalcone 63, avrebbe fatto parlare di sé per una storia politica, Padovani viveva per Napoli. Fu un uomo di tradizione che incuteva rispetto e ammirazione.
Aurelio Padovani, fondò il Fascio Napoletano il 4 agosto 1920 insieme all’avvocato Miranda e il Capitano Navarra degli Arditi. Nel 1921 fu eletto segretario Politico, nell’ottobre dello stesso anno occupò la carica di Segretario Provinciale.
Nel 1923 si dimise dal Partito per ben tre volte, ma le dimissioni vennero respinte e trasformate in espulsione. Fallito, più tardi il tentativo di formare una lista autonoma il Capitano preferì rifugiarsi nel suo lavoro di rappresentante della Guzzi e nei suoi affetti famigliari.
Morì a Napoli in Via Generale Orsini, in seguito al crollo della balaustra di un balcone. Accadde che in quel pomeriggio del giugno 1926, per rispondere al saluto della folla lì convenuta nel giorno del suo onomastico, il “Capitano” si era affacciato con degli amici a lui più vicini. Quando all’improvviso ci fu il crollo fatale, in cui perirono oltre che lo stesso Padovani, otto persone.
Una statua monumentale ricorda il suo ruolo di sindacalista rivoluzionario nel recinto degli Uomini Illustri nel Cimitero di Poggioreale. Un monumento a lui dedicato fu inaugurato a Napoli nella Piazza Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone nel 1934. Fu progettato da Marcello Canino e scolpito da Carlo De Verdi con la collaborazione di Guglielmo Roherssen. Da quel momento la piazza cambiò nome e prese il nome del Comandante. La Piazza mantenne il suo nuovo nome e l’imponente monumento per una decina di anni. Nel dopoguerra la voglia di cancellare ogni simbolo del regime, portò alla rimozione delle statue.
Nel mese di marzo 2010, i resti del monumento sono stati ritrovati nel Tunnel Borbonico, sepolto sotto cumuli di macerie ad opera di Gianluca Minin ed Ezio De Luzio, promotori e artefici dell’Associazione culturale Borbonica Sotterranea.
Con i reperti è emersa la figura di Padovani, con quelle doti di coerenza , di onestà e rigore morale che gli furono riconosciute anche da testimonianze di avverse posizioni politiche. Padovani uomo operaio, figlio dalla Napoli popolare, bersagliere eroe intendeva combattere le clientele e la criminalità, nella speranza di un futuro migliore per il Sud e per l’Italia.
L’oltranzismo rivoluzionario di Padovani fu un atto d’amore, una testimonianza di poesia per il suo popolo e per la sua terra e in tutte le sue azioni e le sue manifestazioni fu sempre un bersagliere.
Il Tunnel Borbonico. Dopo circa 150 anni dal progetto iniziale di Ferdinando II di Borbone e del suo Architetto Errico Alvino, l’Associazione Culturale “Borbonica Sotterranea” è riuscita a restituire alla città di Napoli il Tunnel Borbonico; uno splendido percorso sotterraneo che attraversa Monte Echia.
Il Tunnel, nato con scopi militari con un percorso che andava da Palazzo Reale a via Morelli, lungo il percorso intercettò la rete di cunicoli e cisterne legate all'antico acquedotto del Carmignano (1627-1629) che serviva la città di Napoli ed, in particolare, la zona di Pizzofalcone.
Negli anni successivi il progetto del Tunnel Borbonico fu sospeso per motivazioni economiche e per il variato assetto politico che portò all’Unità d’Italia. Durante la seconda Guerra Mondiale il Tunnel e le cavità adiacenti furono utilizzate come ricovero bellico durante i numerosi bombardamenti, prima alleati e poi tedeschi, a cui fu sottoposta la città di Napoli.
Il Tunnel parte da Vico del Grottone giungendo, attraverso una scala del '700, in cisterne dell'acquedotto seicentesco del Carmignano utilizzate come ricovero bellico; il percorso è lungo circa 530 m e attraversa il Tunnel Borbonico fino all'uscita su Via Morelli.
La scritta «Noi vivi»: è un sospiro di sollievo, un urlo liberatorio, inciso sulla parete del rifugio di Chiaia con un carboncino. C’è anche una data «26 aprile 1943, allarme delle 13,20». Il tuffo dentro al rifugio di guerra, conservato intatto nel cuore di Napoli, è una delle imprevedibili sorprese del Tunnel Borbonico.
L’ ingresso da vico del Grottone, alle spalle di piazza del Plebiscito, entrando in un basso che fino alla scorsa primavera era uno studio veterinario e che oggi è la «porta» per le viscere della città. Anche quella dello studio veterinario è una delle storie affascinanti del Tunnel che Ferdinando di Borbone volle nel 1853 e che non fu mai portato a conclusione. La scorsa primavera, la dottoressa che occupava quel terraneo sentì qualcuno che bussava: si rese conto che non c’era nessuno fuori della porta e che quel «toc toc» veniva dal sottosuolo dove i geologi guidati dall’inesauribile Gianluca Minin stavano esplorando le cavità. La dottoressa diede il permesso di aprire un varco, si rese conto dell’eccezionalità dell’evento, lasciò il suo amato studio a quei «matti» che erano spuntati dal pavimento e che inseguivano il sogno di portare lì sotto i turisti. Oggi il sogno da «matti» di Gianluca Minin e del suo strettissimo collaboratore Enzo De Luzio, è diventato realtà.
Il tunnel, iniziato a metà ’800 per consentire lo spostamento delle truppe borboniche dal palazzo reale alla caserma di via della Pace, oggi via Morelli, non è stato mai concluso ed è stato utilizzato per anni come deposito giudiziario del Comune. Molti già sanno che lì dentro sono conservati reperti di auto e moto antiche che sono rimaste prigioniere del tunnel e che, oggi, sono esposte in maniera affascinante. Merito di una illuminazione ben congegnata e affatto invasiva. Non tutti, invece, conoscono gli altri segreti del tunnel Borbonico. Il percorso, ampio e confortevole, passa sotto al monte Echia e si infila in antiche cisterne dell’acquedotto settecentesco, sbuca in saloni grandi come cattedrali che furono utilizzati come rifugi di guerra, si dirama in gallerie che conducono a luoghi segreti, si allunga fino al punto dove furono abbandonate le statue dell’era fascista smontate dalle piazze della città.
Dietro un angolo spunta l’incisione di un tempio; alla base di una scala si scorge il «segnale stradale» dei pozzari: il disegno di una montagna sovrastata da una croce. Significava «siete arrivati a Monte di Dio». Lungo il percorso le guide raccontano storie antiche, illustrano ogni particolare, consentono di rivivere emozioni d’altri tempi. Oggi tutto è perfetto, ma quando cinque anni fa il geologo Gianluca Minin, ideatore del progetto, entrò per la prima volta qui dentro, la situazione era drammatica. Rifiuti, dissesti, abbandono: ci sono voluti duemila giorni e la passione di tanti volontari per trasformare quel tunnel abbandonato nel luogo magico che è oggi.
CASERTA – Nel pomeriggio dello stesso giorno, con inizio alle ore 17,00, presso il Circolo Unificato di Presidio, si è tenuta la seconda Cerimonia a cura delle Sezioni di Caserta e di Napoli dell’Associazione Nazionale Bersaglieri.
In questa occasione, c’è stata la presentazione del libro dal titolo: “1860: improvvisamente l’Italia”, scritto dal giornalista Maso Biggero. L’autore, 83enne romano di origini casertane, è un giornalista che ha lavorato per anni per il Corriere della Sera, il Giorno, il Mondo, l’Unità, Historia, Vie Nuove, Paese Sera. Maso Biggero ha trascorso la sua infanzia a Caserta, dove è nato, quando quel territorio non aveva ancora subito la mutazione socio economica che, nella seconda metà del secolo scorso, l’ha trasformato da agricolo in industriale. Negli Anni Trenta la città era ancora del tutto simile a quella nella quale si muovevano i protagonisti della battaglia del Volturno. Il romanzo, il primo dell’autore, sullo sfondo degli scontri campani tra garibaldini e borbonici nel 1860, dipinge le storie di rivoluzione interiore e sentimentale di diversi personaggi: due contadini, un colonnello borbonico, una nobildonna spagnola, un pittore garibaldino e l’Eroe dei due mondi in persona. Nel corso della serata, il Presidente Provinciale di Caserta e della sezione dell’A.N.B. ha consegnato il “Premio Bontà 2010”, che quest’anno è stato assegnato alla Brigata Bersaglieri “Garibaldi” di Caserta per l’attività umanitaria svolta a favore della popolazione libanese nel corso dell’ultima missione denominata “LEONTE 8” nell’ambito della missione di pace sotto l’egida dell’ONU.
Inoltre è stata presentata e sviluppata dal Presidente della Sezione di Napoli Bers. Ing. Vincenzo Iavarone la relazione “Gli Stati Preunitari e l’Unità d’Italia” integrata anche con la proiezione di slides molto suggestive. Nella relazione è stato analizzato il processo risorgimentale che ha portato poi all’Unità d’Italia con l'obiettivo di esporre un’analisi con oggettività scevra da pregiudizi e da retorica e che ha voluto ribadire il concetto che il Centocinquantenario dell'Unità nazionale, è da celebrare senza disconoscere la fondamentalità di una tappa comunque inevitabile del nostro cammino, ma pure senza sottrarsi, ad una severa riflessione sulle luci e sulle ombre del lungo processo storico che ad essa condusse, sulle cose che si sarebbero potute fare e non si fecero, o che si sarebbero potute evitare e non si evitarono e che tali celebrazioni, possono essere davvero l'occasione per rinsaldarci come popolo e ricavare così l'energia per affrontare, oggi, quel perfezionamento e quei progressi che completerebbero l'opera dei nostri padri.
Erano presenti il decano dei bersaglieri Gen. C.A. Vincenzo Lops Comandante del 2° FOD, il Comandante della Brigata Bersaglieri Generale Antonio Vittiglio con il suo Capo di SM Colonnello Vicari, il Comandante dell’8° Rgt. Bers. Colonnello Claudio Minghetti, il Ten. Col. Vincenzo Lauro e numerosi Ufficiali in uniforme. E’ intervenuto con il suo staff anche don Luis Varcacelo Siso, Presidente della Regione Autonoma Spagnola Murcia, il Presidente interregionale A.N.B. per il sud Italia, presidente Angelo AGATA, il Presidente Regionale A.N.B. Campania, Generale Nicola PALMA.
Le note poi della fanfara Bersaglieri della Brigata Bersaglieri convenuta nella piazza Italia ha coinvolto con un pizzico di cameratismo e entusiasmo l’intera cittadinanza.
Al termine una gustosa cena ha degnamente concluso il convivio cremisi.
Il “Convivio Cremisi” è stato un vero successo. Il programma particolarmente ricco e articolato svolto nelle sedi di Napoli e Caserta è stato seguito con entusiasmo e interesse dai rappresentanti delle Istituzioni governative, militari e locali e da un folto gruppo di bersaglieri, e il Presidente Interregionale Sud dell’ A.N.B. Gen. A. Agata verso i Presidenti Iavarone e Abbro così si è espresso:” Tutto ciò, nato da una mia idea è il risultato di un intenso, intelligente lavoro che insieme alla accorta regia del Cap. Sanguine, Presidente Prov. di Caserta, avete posto nella organizzazione del complesso avvenimento che ha consentito un ritorno di immagine positivo per tutti i bersaglieri e per l’intera Associazione. E’ stata una giornata intensa e splendida che annovero tra le manifestazioni più brillanti cui ho partecipato nel nostro Sud Italia. Nel migliore ricordo di tale validissimo incontro desidero confermarvi le espressioni del mio più vivo ringraziamento e gli auguri per il conseguimento delle migliori soddisfazioni.”
Il Presidente della Sez. Di Napoli dell’A.N.B. Vincenzo Iavarone
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Ultimo aggiornamento (Sabato 08 Gennaio 2011 09:22)



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